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lunedì, 18 agosto 2008

Non proprio shalom

Così Israele ha armato e spinto la Georgia ad aggredire la Russia e la minoranza osseta

Sceik Nasrallah, il leader di Hezbollah, gongolava l'altro giorno nel celebrare il secondo anniversario della guerra del Libano. E non soltanto per la sconfitta d'Israele. Il generale comandante della divisione Galilea, Gal Hirsh, costretto alle dimissioni alla fine del conflitto, ha addestrato, con poco successo, truppe speciali in Georgia e per Nasrallah gli va attribuita l'ncapacità dei georgiani a fronteggiare l'esercito russo. Sono sette anni che Israele è presente, con soldati della riserva, consiglieri, militari e mercanti d'armi, nell'ex repubblica sovietica. La società di cui Hirsh risulta a capo – Scudo difensivo – è una delle tante organizzazioni di mercenari che mettono sul mercato internazionale la capacità militare israeliana. Centinaia di ex militari israeliani alle dipendenze di Hirsh si sono alternati negli ultimi mesi per mettere a punto reparti speciali georgiani e prepararli all'uso di armi e strumenti bellici sofisticati, come gli aerei-spia senza pilota vanto della produzione israeliana. Il vasto commercio di armi in direzione di Tbilisi è cominciata grazie all'iniziativa di ebrei georgiani trasferiti in Israele. La vendita di questo materiale è soggetta all'autorizzazione del ministero della Difesa di Tel Aviv e anche del ministero degli Esteri che avrebbe, infatti, bloccato la spedizione di strumenti richiesti dall'aeronautica georgiana per non troppo entrare in conflitto con la Russia. Il ministro della Difesa georgiana, David Kezerashvili, un “ex” israeliano conoscitore della lingua ebraica ha facilitato, secondo fonti di Tel Aviv citate dal quotidiano Yediot Aharonot, la collaborazione in campo militare tra i due Paesi. Tra gli israeliani che si sono dati da fare, come privati, l'ex ministro Roni Milo e suo fratello Shlomo, ex direttore generale dell'Industria militare israeliana, il generale Hirsh e un altro generale della riserva, Yisrael Ziv. L'elenco delle merci vendute è lungo: oltre agli arei senza pilota, torrette automatiche per mezzi blindati, sistemi anti-aerei, sistemi per comunicazioni, razzi e altre munizioni. “Gli israeliani dovrebbero essere orgogliosi per aver addestrato ed educato i soldati georgiani” ha commentato l'altro giorno un altro ministro, Temur Yakobashvili, anch'egli – rivela Yediot Aharonot – ebreo.

Secondo fonti di Tel Aviv, gli isrealiani coinvolti nel commercio hanno tentato invano di convincere le industrie belliche israeliane di vendere mezzi ancora più sofisticati alla Georgia. Il ministero della Difesa, infatti, si sarebbe opposto specialmente negli ultimi mesi dopo che tre aerei-spia senza pilota erano stai abbattuti dai russi. Era, per i diplomatici, un chiaro segno della rabbia, che stava crescendo in Russia nei confronti del governo israeliano. Fino ad allora la Georgia era considerata un “Paese normale” e, dunque, non c'era motivo, dicono al ministero degli Esteri israeliano, per non vederle armi e addetsrate le sue truppe. Un ex militare israeliano, appena rientrato dalla Georgia e intervistato da un quotidiano, ha accusato le società (Scudo difensivo ed altre) di aver rivelato segerti militari di Tel Aviv pur di guadagnarsi soldi e garantirsi nuove commesse.

 

Eric Salerno (Il Messaggero)

 

Cosa dobbiamo dedurre da queste importanti ammissioni di colpa israeliane, pur diplomaticamente infiocchetate?

1) Israele sa di non pagare dazio; è troppo forte militarmente, satellitarmente, spionisticamente e politicamente per farlo. Se solo la metà di quanto ammesso a denti stretti dal governo ebraico fosse stato imputato alla Serbia, all'Iran o alla Corea si sarebbero invece convocati d'urgenza il Consiglio di Sicurezza dell'Onu o la corte internazionale dell'Aja chiedendo l'immediato procedimento per crimini contro la pace.

2) Se le ammissioni ci sono state significa che la partecipazione attiva e massiccia israeliana all'attentato alla pace in Ossezia non poteva più essere nascosta: troppo materiale isrealiano è finito nelle mani dei russi e, probabilmente, non pochi soldati privati assoldati dagli israeliani sono stati catturati nella controffensiva.

3) Israele vuole gettare acqua sul fuoco (di qui la ventilata contrapposizione tra falchi e colombe). Incassata la sconfitta militare e diplomatica, infatti, Tel Aviv che suol avere sale in zucca, punta su effetti collaterali, quale la messa in difficoltà della politica unitaria europea per il tramite dell'escalation da parte polacca che metterà a forte rischio la linea unitaria guidata dai tedeschi. Ma c'è anche la questione iraniana: in questi giorni Ahmadinejad deve consultarsi con Erdogan sull'ipotesi di apertura del pipe-line che attraverso Persia e Turchia collega Israele con l'India tenendola fuori dalla dipendenza russo-europea. Spostare la tensione tra Iran ed Europa e trovare un accordo con Teheran comprendente l'apertura del pipe-line (l'Iran è già per altre direttrici il principale fornitore di petrolio d'Israele) significherebbe per Tel Aviv compiere un ulteriore capolavoro diplomatico in mancanza del quale la tensione con lo stato isalmico diventerebbe invece effettiva per via della sua potenzialità nucleare e qualche conflitto, magari “tattico” diventerebbe inevitabile.

4) Gli Usa continuano a segnare il passo, surclassati da Israele dapprima nel dettare i tempi e i modi dell'aggressione all'Ossezia e alla Russia e poi nel gestirne gli effetti. Anche Bush però, in attesa del vertice Nato, ha finito con il calmare i toni. Ma forse perché qualcuno gli ha spiegato che la Georgia che ha subito la controffensiva russa non è quella che confina con l'Alabama.

 

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